Oltre le mura: 1889 - 1945

Dall’espansione alle devastazioni della seconda guerra mondiale
 

Fra Otto e Novecento Bologna ha una popolazione modesta, con molti spazi ancora inedificati. Dall’esterno la città appare ancora cinta da mura, separata dal contado e dai suoi dintorni da una cerchia edificata nel Trecento. Qualcosa inizia a cambiare nel 1878, quando il consigliere comunale Angelo Marescotti propone la demolizione delle mura.

Nel 1885 il suo progetto diventa riferimento dei tecnici comunali che stanno predisponendo il nuovo Piano Regolatore Generale di Bologna che è approvato dal Consiglio comunale l’anno seguente. La città si prepara a cambiare volto. Sulla scia dell’imperante corrente ispirata all’urbanista francese George Eugène Haussman – che aveva progettato larghi viali sventrando parte della Parigi medievale – Bologna si divide fra due opposte linee d’intervento: una, sostenuta da Rodolfo Pezzoli, spinge per il totale abbattimento; l’altra, guidata da Alfonso Rubbiani, propone la completa conservazione. Il desiderio di progresso vince sull’idea di custodire le tracce del passato e nel 1902 l’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Alberto Dallolio, dà il via ai primi abbattimenti che continuano, senza una precisa organicità, anche dopo l’insediamento di Enrico Golinelli. 

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Della vecchia città prima dell’abbattimento si salvano quasi tutte le porte. Nel 1903 l’amministrazione comunale decreta l’abbattimento di Porta S. Mamolo considerata d’intralcio per il traffico veicolare e d’impedimento per la costruzione della linea dei tram elettrici. Porta Sant’Isaia, invece, è giudicata poco stabile.

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Restano in piedi anche brevissimi tratti della cinta, soprattutto grazie alla presenza di chiese – una fra tante il Santuario della Madonna del Soccorso in Viale Masini - la cui parete posteriore è addossata alle mura.

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Il tratto più lungo della cinta ancora visibile è su Viale Berti Pichat tra porta Mascarella e porta S. Donato. Il Piano regolatore del 1889 è pensato come intervento di modifica e miglioramento delle condizioni generali della città per risolvere problemi igienici, morali, abitativi e manifatturieri. Nel 1909 iniziano i lavori di sventramento del Mercato di Mezzo che cambieranno per sempre l’assetto urbano del centro storico.

La città avanza a nord/nord-est attestandosi sul confine fisico della ferrovia, mentre i nuovi quartieri di Bolognina e Cirenaica accolgono l’insediamento – ancora troppo spesso in condizioni di precarietà igienico-sanitaria – di una nuova classe operaia.

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Diversi disegni di legge, portati avanti prima dalla Destra storica e poi dal Partito Socialista, incentivano costruttori e comuni a edificare case popolari. Il riassetto urbanistico non si ferma. Nel primo dopoguerra, all’insegna del «piccone risanatore fascista», si inaugurano i grandi viali e le famiglie meno abbienti vengono spinte in aree periferiche che si trasformano in veri e propri avamposti della città in campagna. La seconda guerra mondiale irrompe in maniera sostanziale sul tessuto urbano. Negli ultimi anni del conflitto i bombardamenti costano alla città la totale distruzione del 16% degli edifici e il grave danneggiamento di un’ulteriore quota del 28%.

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Anche l’identità di Bologna si trasforma: da una parte svuotata a causa dello sfollamento, dall’altra sovraccarica di funzioni rese indispensabili da un difficile approvvigionamento presso il contado. La campagna entra prepotentemente in città, persino nel centro storico, dove non è difficile vedere stalle e animali.

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