Bologna esce dalla Seconda Guerra Mondiale profondamente ferita. A fine aprile 1945 il centro storico e la maglia infrastrutturale hanno subito danni che si riflettono sulle condizioni economiche generali e sulla disoccupazione. La ricostruzione post-bellica è portata avanti per quasi un ventennio dal sindaco Giuseppe Dozza – a capo dell’amministrazione comunale a guida comunista – che sarà capace di imprimere un forte slancio sull’auto-rappresentazione della città. Sono gli anni della “febbre del fare”.




Il piano per la ricostruzione è orientato al presente, ha le caratteristiche dell’urgenza ed è limitato nel tempo. Da una parte vi si regolamenta la disciplina del comparto edilizio per dare alloggio a chi è rimasto senza casa dopo i bombardamenti, dall’altra si lavora a ripristinare e implementare la rete dei servizi per i cittadini (emblematica la decisione di ricostruire l’Ospedale Maggiore nella zona dei Prati di Caprara). Su un sostrato di aziende medio-grandi, che hanno resistito e tratto vantaggio dalla produzione bellica nel corso del secondo conflitto mondiale, si costituisce un fitto reticolo di piccole aziende di grande vitalità. Se ne origina un tessuto produttivo frammentato, condizionato dalla persistenza di un immaginario da “grossa provincia agraria”, del quale Bologna fatica a svincolarsi almeno fino al compimento del boom economico negli anni Sessanta del Novecento.


È una trasformazione economica che lascia un segno profondo nell’impianto urbanistico della città: i cortili dentro le mura si ripopolano di officine meccaniche e contemporaneamente si fa strada un’iniziativa industriale che trova nelle zone di confine fra città e campagna il segno della propria vocazione urbana.
L’amministrazione cittadina predispone interventi infrastrutturali e di ridisegno funzionale della città. Bologna si dota di grandi assi viari, nuove aree industriali e un grande centro direzionale esterno al centro storico che diventerà il quartiere fieristico.

Al contempo gli interventi di edilizia residenziale producono una certa frammentazione del tessuto urbano e favoriscono la nascita di periferie sempre più chiuse in se stesse, spesso veri e propri luoghi di esclusione.

Nonostante la volontà innovatrice di quegli anni si strutturano confini culturali cui fa seguito uno spostamento anche del confine fisico della città che passa dalle vecchie mura alla nuovissima tangenziale a quattro corsie.

La città si proietta, così, in una dimensione metropolitana la cui gestione porta al superamento dei confini amministrativi comunali. La pianificazione sovracomunale sposta all’esterno lo sviluppo e la gran parte dell’iniziativa industriale comincia a indirizzarsi nei comuni limitrofi dichiarati economicamente “depressi”. L’hinterland è ormai parte integrante della città: aumenta e si favorisce lo scambio continuo di persone, merci, idee e costumi.
